Koinonia Ottobre 2019


Colloquio postumo con Martino Morganti

a 20 anni dalla morte

 

Caro Martino,

 

come già sanno gli amici di Koinonia, mi ero ripromesso di fare memoria di te in questo 20° anno dalla tua morte (11 settembre 1999),  ed ora la tua comunità di Livorno me ne dà modo. La riflessione che Leo e Carla Piacentini mi hanno inviato è stata per me un invito a mettermi in segreto colloquio con te rileggendo le tue “Lettere in libertà ai nipoti. L’erba e le pietre” (Edup, 1997). Infatti, i nipoti per te sono i “destinatari liberi” del messaggio che hai maturato attraverso la tua controversa vicenda, dalla quale hai attinto quanto hai voluto lasciarci in eredità. E d’altra parte hai voluto considerarti “nonno” proprio per sentirti del tutto liberato da ogni ruolo, “svestendo funzioni, impieghi, posizioni inscritte nei quadri del personale in attività”, rimanendo e offrendo solo se stesso-

 

Sì, nelle tue lettere ci sei prima di tutto tu con quanto hai vissuto e per cui ti sei francescanamente battuto!  Ed è questo che io voglio condividere con te come tua preziosa consegna e come compito sempre attuale da assumere, anche a dispetto di limiti  personali: voglio essere con te come una “cavia” per quel processo di rigenerazione evangelica che è stata la tua passione, anche nel senso di calvario che sei stato costretto a salire. Come nonno, con tutto quello  che hai vissuto, ci dici: “Io il mio passato lo utilizzo e non mi dispiacerebbe se risultasse utilizzabile da altri” (p.10). Non ti dispiacerà quindi se lo utilizzo a mio uso e consumo, ma anche perché possa essere utile per altri.

 

Ti capisco perfettamente quando dici che gran parte del tuo passato “è stato un tempo fermo: immobilismo”; ma ti capisco ancora di più quando aggiungi che proprio questa condizione ti “aiuta a non demonizzare il tempo delle frettolose e impietose accelerazioni” a cui gli eventi ci hanno costretti. Ed è proprio questo passaggio che io voglio rivivere con te per passare il testimone ad altri, in quanto “non c’è età che metta lo stop all’attesa e alla ricerca del proprio non ancora” (p. 11) Sì, voglio andare con te verso questo nostro “non ancora”, e mi sembra questo il modo migliore per far rivivere la tua memoria tra di noi.

 

Tu presenti tutta la tua vicenda - prendendo spunto da situazioni e fatti di cronaca - come una novella a partire dal classico “c’era una volta”, quando “tutto era semplice e scontato”: “Una situazione generalizzata di convinzioni consolidate e di comportamenti collaudati” (p.13). Ma poi lanci subito questo grido di battaglia, lotta più con te stesso che con nemici dichiarati: “Oramai la ricerca domina sul possesso di una solida eredità da conservare e trasmettere intatta e immutata”. (p.13). A cominciare dalla interrogazione radicale su Dio stesso, un Dio non più semplice e scontato, ma “costretto a passare attraverso le mie complicazioni” (p.14). Giustamente il “non nominare il nome del Signore invano” (Es 20,7) “si riaccende di vivissime motivazioni”( p.14).

 

Davvero è il primo passo da fare, e permettimi di dire che mi scopro felice di sentirti ed esserti accanto in questa avventura: in gioco c’è prima di tutto ritrovare e ricreare un rapporto giusto e vissuto del cuore con Dio, qualcosa che “richiede supplementi di creatività, di fantasia. E di altre sensibilità” (p.15). Ma che non può essere eluso e dato per scontato: “Confermo l’avvio: il Dio di ‘c’era una volta’ era semplice e scontato. Confermo che il nonno si ostina a ritenersi felice che quel Dio sia ormai confinato nel c’era una volta” (p.16).

 

Sì, bisognerebbe avere il coraggio e l’inventiva di liberare l’interrogazione-Dio  - ma non è lui che ci interpella? - al di là di condizionamenti sociologici, culturali, teologici ed ecclesiali, per riportarci a quella “intima unione con Dio” che fa da coordinata a quella “unità di tutto il genere umano” che dovrebbe essere il portato storico di una chiesa “sacramento di salvezza”.  E questo non sostituendo sentenze a sentenze, ma semplicemente “scattivandola” secondo la “proposta firmata: Gesù di Nazaret” (p.19).  Egli ci fa capire che “Dio non è teocentrico, ma antropocentrico, la sua gloria è l’uomo vivente” (p.20), “ed è sempre nuovo nel divenire e nella novità umana di cui è felice e silenzioso animatore” (p. 20) .

 

E così, caro Martino, ci riporti tutti ai blocchi di partenza, per un’avventura da vivere verso una meta che si raggiunge in solitudine, senza ascoltare voci di persuasione o di dissuasione all’intorno. Se posso dire in termini evangelici questa tensione intima di ogni persona - dell’uomo “capax Dei” - si potrebbe ricordare il “cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia”, relativizzando tutto il resto: dogmatismi, confessionalismi, teologismi, fideismi, fondamentalismi, devozionismi, liturgismi, e le stesse religioni storiche costituite! Se vogliamo pensare questa condizione di fondo, potremmo parlare di un Dio non più principio assoluto per se stesso, ma principio di relatività per tutto il resto: un Dio “relativizzatore”, compresi noi stessi e i nostri pensieri su di lui.

 

Questa opera di relativizzazione tu la compi - quasi senza fartene accorgere nel tuo racconto di nonno - per quanto riguarda la sostanza del credere e per tutti i suoi “derivati: ovviamente il Cristo, ma anche la Madonna, la Bibbia, la chiesa, il papa e pure certe associazioni, certi partiti…” (p.14). Il tuo è un “mettersi a nudo”, precisando che “mettere a nudo significa svelare, rivelare qualcosa nella sua effettiva natura” (p.81). Quale che sia lo spunto o punto di partenza di ogni tua lettera, arrivi sempre a spogliare ogni sistema religioso di tutte le incrostazioni per farci ritrovare il sapore originario del vivere umano e cristiano.

 

Da parte mia ho interesse a cogliere l’andamento generale e il sottile filo conduttore dei tuoi messaggi, che trovo nel passaggio riportato qui in IV di copertina, che giustifica il titolo stesso della tua raccolta: “L’erba e le pietre”. Si tratta semplicemente di “stare o non stare nelle attuali strutture ecclesiastiche” (p. 63). È il nodo di fondo che ha caratterizzato la nascita e la storia del fenomeno dissenso e l’esperienza delle “comunità di base”, in cui si inserisce emblematicamente anche la tua vicenda personale, da cui però emergi disarmato e libero. Parlandoci del tuo ideale viaggio verso “Partenia”, ci dici tutto in queste poche parole: “Ed è vero che il tutto dei cristiani si basa su una pietra d’angolo che i costruttori accreditati avevano scartato” (p. 39). E il tuo discorso su “La base nella chiesa” che riportiamo a p.39 non fa che confermare quanto sarebbe  utile e giusto, per una chiesa che si vuole sinodale, riappropriarsi della esperienza di tanti suoi figli disconosciuti!

 

Gettandoti comunque alle spalle tutte queste faccende, che fanno solo da sfondo al tuo discorso, quello che ti sta a cuore è passare il testimone del tuo impegno e della tua passione evangelica a eventuali “nipoti”, perché proseguano il cammino nell’ombra, in quanto “per la profezia c’è rimasto spazio soltanto nel ‘cristianesimo sotterraneo’: in superficie viene la chiesa sacerdotale e gerarchica” (p.30). Non so se il tuo messaggio sia stato compreso e accolto fino in fondo. So solo che è vivo e più che mai urgente oggi, quando sembra che i giochi sino fatti e non ci sia più nulla da fare: o perché si ritiene che tutto sia stato portato a termine o perché ci siamo convinti che sia del tutto inutile continuare nella linea profetica, che non garantisce successi e consensi, ma che rimane

 

Mi fai capire, caro Martino, che non bisogna darsi per vinti: non aspettarsi che ci venga fatto largo dentro strutture già sovraffollate, senza però imboccare vicoli ciechi e rifugiarsi in nicchie alternative al sistema. L’unica è rimanere in riga, per fedeltà e coerenza, “a testimonianza per loro”! Non c’è da farsi dissuadere dall’ironia di chi taccia di nostalgia per cose di altri tempi e ritenute superate dagli eventi, proprio quando si parla di “cambiamento d’epoca”, di “sinodalità”, di “chiesa in uscita”.

 

In sostanza: quanto era in atto, nelle potenzialità e nei sogni dei movimenti ecclesiali di base del dopo-concilio è più che mai urgente oggi quando tutto sembra essere introiettato e inglobato dal sistema per rivitalizzarsi, ma scartando quanto lo metterebbe in discussione. Tu ci metti in guardia da questi processi di omologazione e ci solleciti a rimanere liberi ma partecipi, fino a chiederti: “È proprio inevitabile gettare il bambino con l’acqua sporca?” (p.59). Forse non è un caso che in vista del futuro convegno della Chiesa italiana si cominci a parlare dello stile e delle modalità in cui ebbe luogo il Convengo di Roma del 1976, il primo della serie!

 

Se tu hai fatto un attento lavoro di ripulitura, di scavo, di smantellamento e di destrutturazione, a noi sta farne tesoro e riprendere un lavoro di elaborazione e ricostruzione, certamente non con le stesse metodologie e prospettive rassicuranti e vincenti dell’apparato, ma secondo quello spirito di profezia di cui parli: “Abbiamo bisogno di profezia per non boccheggiare per mancanza d’aria e di respiro. Cioè abbiamo bisogno di profeti. E il profeta non è inevitabilmente un altro e mai noi, io. Il profeta è atteso anche da noi, da me: rinunciare a essere profeti è abdicare da noi stessi, da me stesso” (p. 32).

 

Se tutto questo comporta ancora una lotta, tu ci insegni ad affrontarla da disarmati: “Eppure vincono i disarmati anche e soprattutto di questo tipo (di armi che non si chiamano armi). Nessuno è riuscito ad armarmi come chi mi ha affrontato da armato e nessuno mi ha disarmato come chi mi ha incontrato da disarmato. Credo sia arrivato il momento di costruirmi pacifico per essere pacificante, capace di disarmare chi incontro, togliendogli voglia di aggressione e di vittoria. E so che anche questo disarmo o è unilaterale e non avverrà mai” (p.76).

 

È quanto ci dimostri nel tuo colloquio col P.Balducci, quando accetti che forse “era proprio dalla sua posizione e non dalla mia che era più facile divellere quelle pietre e far posto all’erba”. Almeno in quel caso l’erba e le pietre riuscivano a coesistere nel sogno condiviso del prato. Ma i fatti ci dicono che si sono ridotti anche gli interstizi per l’erba, che sembra prosperare autonomamente in altri spazi. Ma questa rottura tra sistema e profezia non è esiziale per tutti, profezia compresa? Se non tutto può essere pietra e stabilità, non tutto è possibile come sola erba: quello che manca è una sana e necessaria dialettica! Anche quando questa - come il disarmo - può essere per assurdo solo unilaterale!

 

Caro Martino, accogliamo dalle tue mani il testimone in questa nostra corsa per il vangelo, nella speranza di poterlo passare a qualcuno che non si senta arrivato e che non si contenti di cantare vittoria, dimenticando quanti hanno sudato nelle tante frazioni precedenti. Mentre ti ricordo con gratitudine e con un abbraccio di pace, voglio dirti che faccio tesoro di queste altre tue parole, che tradiscono tutta la tua esistenza: “E gli esclusi debbono saper vivere da esclusi. Esclusi poi da chi e da che cosa? Impossibile ipotizzare che l’esclusione sancisca o aiuti inclusioni in  gruppi di maggiore spessore umano ed evangelico?”.

 

Alberto Bruno Simoni  op

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