Koinonia Febbraio 2019


IN DIALOGO

 

Caro Alfredo.

I comuni amici Rossana e Silvano, che partecipano alla Eucarestia da te, hanno percepito la sintonia dei nostri discorsi e mi hanno fatto avere questo tuo scritto, apparso sul bollettino “Il tralcio” della tua parrocchia col titolo “Viaggio nel deserto”. E così, quasi a tua insaputa, va in porto quel desiderio altre volte espresso di intervenire su Koinonia per darci il tuo aiuto. E il contributo che ci dai ora è veramente significativo, anche per avviare e allargare uno scambio e un dibattito che sarebbe necessario promuovere e sostenere.

In qualche modo tu inviti a fare questo viaggio nel deserto con motivazioni ben precise di purificazione per “riscoprire la solitudine interiore come un elemento integrante dell’esperienza fondamentale detta fede”. Ma lasci anche intuire che non si tratta solo di una scelta personale di “viaggio spirituale”, quanto piuttosto di una condizione di solitudine dentro lo stesso Popolo di Dio, che si ritiene arrivato e insediato, mentre tutto lo spingerebbe a riprendere un cammino di liberazione verso una terra promessa, che senz’altro non è quella dei vitelli d’oro in cui magari rimpiangere l’Egitto!

Ma devo dirti che pur pagando il tuo contributo alla diffusa retorica di un deserto idealizzato e pur sfiorato dalla tentazione di fare “tre tende” per sostarvi, tu denunci il vero dramma e la reale tentazione che si consumano nel deserto quando parli di “un viaggio alla scoperta del Vangelo, lasciandoci   alle spalle il cristianesimo come solido edificio religioso rassicurante”. E sono contento di sentirti dire alla tua gente e al tuo gregge che il Dio del tempio è rassicurante, ma non libera energie vitali: “Ci rassicura dentro le strutture, ma rimaniamo impantanati nelle nostre paure”. Quelle appunto che una “religione organizzata” sa gestire alla perfezione in funzione di se stessa. Ed evochi opportunamente il “Grande inquisitore”, uomo di potere che “si prende onestamente cura dei bisogni del suo gregge”, fino al punto di metterlo in guardia da Cristo e dai suoi sogni di libertà.

A questo punto, però, io rovescerei il tuo discorso, secondo cui “la parabola di Dostoevskij ha un valore universale che si applica a ciascuno di noi”,  per poi “evocarla anche a proposito detta realtà ecclesiale, dove il discorso istituzionale, le dottrine e le direttive morali rimangono ben saldi”. Porterei volentieri in primo piano proprio questo secondo aspetto, per le tante ragioni che sappiamo, ma anche perché siamo sollecitati dall’alto ad una “conversione pastorale” capace di assecondare quel cambiamento d’epoca che è nelle cose. Sono parole gettate al vento o sono urgenze che si impongono, se davvero siamo in viaggio verso la riscoperta del vangelo?

Con molta lucidità tu però ci avverti: “Ma la struttura non demorde”! Eccoci allora al nodo da sciogliere, posti davanti al bivio di una scelta senza più scuse, come i vari invitati alle nozze che hanno altro da fare! A questo proposito non ci fai mancare la tua diagnosi e i tuoi suggerimenti sconsigliando battaglie e mobilitazioni contro muri di gomma o contro mulini a vento. Così come fai presente la profonda solitudine di chi ha creduto ad un cambiamento radicale della mentalità e delle strutture delle Chiesa, per chiederti e chiederci come gestire questa “solitudine spirituale”. E ci dici e proponi anche cosa fare e come fare, e cioè “considerare l’interiorità in tutti i suoi aspetti, riscoprire la solitudine interiore come un elemento integrante dell’esperienza fondamentale   della fede”. 

Sì, caro Alfredo, è in gioco questa ”esperienza fondamentale della fede”! Ebbene, con tutta la comprensione possibile, mi permetto una provocazione a sfondo didattico: tu hai in mano una parrocchia e una cattedra, chi ti impedisce di fare il possibile “per scorticare la fede da tante incrostazioni esteriori e arroganti”? No, non voglio una risposta personale, ma è per far capire che un lavoro del genere è improbo se non impossibile, e porterebbe alla perdita della parrocchia e della cattedra, perché le “strutture non demordono”, e se anche non ci fossero interventi dall’alto non mancherebbero squalifiche dal basso.

È qui il bivio davanti al quale ci ritroviamo. Quello che io posso dire è che se c’è una scelta di “solitudine spirituale” o interiore in cui “ritrovare il silenzio di una brezza leggera dove poter ascoltare Dio che continua a parlare”, è possibile anche la scelta o la condizione di una “solitudine istituzionale”, il vero deserto in cui servirsi di una tenda mobile e mezzi di fortuna per andare avanti, al di fuori di tutti i circuiti tracciati e ufficialmente garantiti. E tutto questo, magari, dentro le strutture e “all’interno di una Chiesa in cui si è nati, si è cresciuti e si continua ad amare con lealtà”, potendo però ripetere, parafrasando: “nella struttura ma non della struttura”!

Ecco allora la sfida: se credere al vangelo e servirlo sia possibile anche senza l’armamentario religioso e istituzionale che tradizionalmente lo veicola, fino a far nascere una comunità di fede che ci porti ad “entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Romani 8,21): a sperimentare dal vivo che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Fino a quando però questi principi risuonano dentro il sistema, senza mai capovolgerlo, non fanno che rafforzarlo. Per cui ritrovarsi estranei al sistema perché messi fuori gioco potrebbe essere anche favorevole!

Certamente sono questioni che non si risolvono a discorsi, ma è chiaro anche che un discorso serio va fatto e deve rimanere più che mai aperto. Se posso permettermi qualche riferimento a Koinonia, l’attraversamento del deserto per quaranta anni e più mi porta a dire per la prima volta a voce alta che essa è fatta per tutti, ma è fatta da quanti sono pronti a farsi carico di una “ecclesia semper reformanda”, e cioè di una riforma permanente nella linea del Vaticano II, di quel “processo di riforma missionaria ancora da compiere”, come dice Papa Francesco nella Laudato si’ n.3.

Koinonia in effetti è di fatto una rete di relazioni in tutte le latitudini culturali, spirituali e geografiche attraverso momenti e modalità di comunicazione più diversi aperti  alla comunione: dai rapporti e incontri personali ad Eucarestie aperte passando per un lavoro di ricerca e di scambio a vasto raggio. Un fatto nuovo induce però ancora una volta ad un ripensamento e a una possibile ricollocazione evangelica del suo cammino. Da un punto di vista ecclesiale essa non rientra in nessuna categoria canonica riconosciuta. D’altra parte non ha mai indossato le vesti di caratteristiche attività religiose collaterali e integrative, né si è qualificata per la dedizione a qualche causa specifica. Ha solo puntato sul “credere al vangelo” come messa alla prova e come sfida per un nuovo tessuto ecclesiale.

Forse siamo davanti ad una opportunità da cogliere e ad una occasione da non perdere proprio in ordine alla prospettiva che ci sta a cuore e che potremmo mettere a fuoco con le parole di Paolo ai Filippesi (3,13-14.16): “Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù… Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea”.

Questo vuol dire, caro Alfredo, che l’asse di un’azione di riforma si sposta dai progetti, dai modelli, dai pronunciamenti ufficiali, dal sistema vigente ecc… alle nostre povere mani. In questo senso siamo “votati alla riforma”!

 

Alberto Simoni op

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