Koinonia Febbraio 2019


BEATI I RICCHI

UN VANGELO CAPOVOLTO HA FAVORITO L’ELEZIONE DI BOLSONARO IN BRASILE

 

Il giornalista Eugenio Trujillo Villejas, col suo pezzo “IL TRIONFO DI BOLSONARO CAMBIA IL BRASILE“ (1) offre una sua personale lettura della vicenda di Jair Bolsonaro che da semplice membro del parlamento brasiliano dall’oggi al domani si trova a ricoprire la carica di Presidente del maggiore paese dell’America Latina, uno dei più grandi del mondo.

Bolsonaro nel corso degli anni della sua permanenza in parlamento si era fatto notare per la sua intemperanza verbale, per le sue dichiarazioni omofobe e antifemministe, per le sue posizioni a favore della liberalizzazione del possesso delle armi e per l’esaltazione della passata dittatura brasiliana (1964-1985), il cui errore sarebbe stato quello di non aver ucciso abbastanza comunisti (veri o presunti) essendosi limitata, in molti casi, a praticare la semplice tortura. Un Trump in salsa brasiliana, dunque, con tratti ancora più paradossali ed estremisti dell’originale.

Villejas mostra tutta la sua ammirazione per questo personaggio che ha saputo vincere le elezioni relegando all’opposizione  le forze del centrosinistra, presentate come fautrici di un comunismo oppressivo. Bolsonaro viene descritto come un signore che, senza appoggi e finanziamenti, è riuscito nel suo intento solo grazie alla fiducia dei brasiliani delusi da governi corrotti e impotenti di fronte alla criminalità dilagante, semplici cittadini come lui, insofferenti nei confronti dell’egemonia culturale di una sinistra negatrice degli “autentici” valori cristiani.

Anche se provvisto di un carattere istrionico e dalla battuta facile e al tempo stesso dotato di buone capacità comunicative (ingredienti che piacciono alle masse), Bolsonaro era comunque un personaggio senza alcuna preparazione che in anni passati non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo. Solo per circostanze particolarmente favorevoli è stato indicato dalle élite brasiliane come paladino degli interessi delle classi privilegiate. Essendo infatti un politico di secondo piano non era stato oggetto di particolare attenzione e pertanto non aveva fama di corrotto a differenza di tanti altri possibili candidati di destra ben più in vista di lui. Ecco quindi l’uomo nuovo, in grado di fare pulizia di tutti i disonesti, i violenti, i distruttori dei valori morali. Televisioni, giornali, social media, quasi tutti espressione dei poteri forti del paese, l’hanno presentato come il nuovo messia. E “messia” cominciò a farsi chiamare.

In epoca di elezioni non solo nazionali, ma anche locali, decine di milioni di messaggi denigratori nei confronti di tutti i candidati democratici hanno bombardato gli elettori brasiliani. La potenza mediatica delle destre (2) si è dimostrata incomparabilmente superiore a quella messa in campo dalle forze progressiste, indistintamente accusate di intascare tangenti, di affamare il paese, di distruggere la famiglia, di predicare l’immoralità, di favorire l’aborto e l’omosessualità. Per giunta questa campagna denigratoria è stata sostenuta da una magistratura asservita che ha fatto incarcerare Lula, il carismatico leader del centrosinistra brasiliano, con accuse non provate di corruzione e con un processo farsa, impedendogli così (i sondaggi lo davano come sicuro vincitore nella competizione elettorale) di candidarsi alla presidenza. (3)

Ma più ancora di tutti questi motivi la  vittoria di Bolsonaro è dipesa dal fattore religioso. Nei decenni in Brasile  avevano acquistato un peso non indifferente le comunità ecclesiali di base (legate alla Teologia della Liberazione) che si erano rivelate essenziali, anni addietro, per la svolta progressista del paese. Ovviamente le élite economiche (agrari, grandi imprenditori, finanzieri, multinazionali)  si erano adoperate in tutti i modi per cancellare la loro influenza sulla società brasiliana, descrivendole come espressione camuffata del comunismo. Per questo hanno individuato nelle sette evangeliche (da non confondersi con le  autentiche Chiese della Riforma) lo strumento più adatto per raggiungere il loro scopo. Questi gruppi “religiosi” espressione di un protestantesimo deviato, cresciuti anche grazie a finanziamenti esteri, hanno saputo penetrare in profondità nella società brasiliana attraverso una diffusione capillare anche fra i ceti popolari. Mentre praticano al loro interno forme di solidarietà capaci di attrarre milioni di disperati, predicano al tempo stesso quella che viene definita la “teologia della prosperità” secondo la quale la povertà è biasimevole agli occhi di Dio, mentre l’arricchimento e il successo nella vita sono segni della sua benevolenza. Il povero, l’escluso, lo è per colpa sua e uno stato che lo aiuta non fa che impoverire la nazione, senza alcun beneficio per la collettività. Pertanto tutto ciò che ha sentore di stato sociale (scuola, sanità, servizi pubblici gratuiti) viene condannato come un sistema perverso, che contrasta il progetto di Dio. La diffusione di queste “chiese” è impressionante e la loro capacità di condizionare il voto popolare orientando i consensi su questo o quel candidato a una carica pubblica è immensa. Ovviamente il loro sostegno a Bolsonaro è stato compatto.

Anche all’interno della Chiesa cattolica, tuttavia,  non sono mancati settori che hanno appoggiato l’elezione del nuovo “messia”. Si tratta di forze non numericamente rilevanti, ma legate organicamente ad ambienti che contano. Sono movimenti ecclesiali che si caratterizzano soprattutto per due fattori: in primo luogo, nostalgici del passato, vedono nelle innovazioni del Concilio un pericolo per la retta dottrina cattolica; in secondo luogo considerano la proprietà privata come dogma di fede. Allo stesso modo di quanto avviene negli Stati Uniti, anche in Brasile si è creata una santa alleanza fra le sette evangeliche, i cattolici integralisti e la “tribuna ruralista” (i grandi proprietari terrieri), il tutto con la benedizione delle multinazionali straniere e della finanza internazionale. È interessante notare che proprio questi settori cattolici accusano le comunità ecclesiali di base e il clero progressista di essere la causa, per il loro “materialismo” e la loro “subalternità” al marxismo, dell’allontanamento dei fedeli dalla Chiesa e della loro adesione  alle nuove  sette di matrice protestante; ma poi proprio questi ambienti del cattolicesimo ultraconservatore trovano convergenze e praticano alleanze con le sette sulla base di un’analoga lettura disincarnata del Vangelo e al tempo stesso in nome di comuni interessi economici e politici, in spregio alla Parola di Gesù.

Gli ultimi resteranno ultimi. Questo messaggio di un vangelo capovolto, dove il denaro conta più dell’essere umano, viene presentato come la volontà di Dio.

Quanto è successo in Brasile rappresenta un pericolo per il progetto innovatore di papa Francesco, odiato in eguale misura dalle sette evangeliche, dai cattolici integralisti e dagli “atei devoti”, per i quali la religione non è  importante in quanto fede, ma solo come strumento di potere nelle mani dei potenti.

 

Bruno D’Avanzo

 

NOTE

(1) Lo scritto in questione del 21 novembre 2018 è tratto da BASTA BUGIE, una selezione di articoli che riflettono le posizioni di un cattolicesimo anticonciliare e ultra conservatore.

(2) Tutti sappiamo quanto il monopolio dei media possa condizionare l’opinione pubblica. È rimasto giustamente famoso il detto di Goebbels, l’onnipotente ministro della Cultura di Hitler,  un vero genio della comunicazione di massa: “ Se dico una bugia, resta una bugia, ma se la ripeto cento volte diventa verità”.

(3) Le vicende giudiziarie di questi ultimissimi anni (prima l’impeachment della presidentessa Dilma Rousseff e poi la condanna di Lula) hanno certamente avuto un peso considerevole nell’esito delle ultime elezioni brasiliane, ma non possiamo nascondere il fatto che la debolezza del campo progressista sia dipesa in gran parte dalla mancata attuazione di alcune importanti promesse, in primo luogo la riforma agraria, mai  messa in cantiere per evitare uno scontro col potente partito degli agrari.

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