Koinonia Febbraio 2019


ETTORE MASINA E LA SINISTRA INDIPENDENTE*

 

Ormai se ne è persa memoria, ma la Sinistra Indipendente è stata un’esperienza rilevante per capire gli indirizzi di quella storia che gli umani programmano ma va sempre come pare a lei.

Nel 1976 il Pci percepiva che la società, anche a sinistra, viveva esigenze nuove e aspirava ad autonomie insidiose per la compattezza dell’organizzazione partitica: il malgoverno democristiano aveva aperto dinamiche impreviste, all’interno dell’opposizione, in particolare in aree cattoliche che avevano ascoltato le encicliche di Giovanni XXIII e leggevano non più solo Settegiorni (l’Avvenire d’Italia di Raniero La Valle era già una nostalgia), ma il Manifesto e Lotta continua. La decisione di eleggere dei rappresentanti in Parlamento che si rifacessero alla  “cultura comunista, socialista e cattolica” - erano le parole di Enrico Berlinguer, il segretario del Pci autore di un compromesso storico che venne poi deviato a “intesa negoziale” con la Dc - rispondeva ad un’intuizione chiara del beneficio di voti non vincolati all’appartenenza ideologica, mentre le persone che via via accettarono (sono state alcune decine) di candidarsi, da non comunisti, nelle liste del partito scomunicato ritenevano - per lo meno queste furono le mie ragioni - che il danno più grave della Repubblica italiana era stato quello di non avere mai avuto alternanza di governo ed erano onestamente convinte che il Pci fosse degno di governare.

Ettore entrò in Parlamento nel 1983, dopo due legislature (decadute anticipatamente) della nuova esperienza politica a cui avevo già partecipato. Come per tutti gli eletti nel Gruppo SI, prevaleva il valore politico delle competenze e non dell’appartenenza: Rodotà era il giurista, la Ginzburg era la Ginzburg, Ettore, come Andrea Barbato prima di lui, era “il giornalista che aveva denunciato crimini contro la libertà e ne aveva subito le conseguenze”. Essendo un Gruppo Parlamentare (anzi due, uno alla Camera e uno al Senato, non sempre in sintonia tra loro) e non un partito con linea propria, la SI non partecipava significativamente di alcuno dei poteri reali delle istituzioni. L’indipendenza era il (più grande, ma scomodo) potere di essere liberi da qualunque vincolo di mandato per rappresentare cittadini che stavano stretti dentro la forma-partito ormai invecchiata. Ma essere indipendenti anche tra noi rappresentava un limite: come singoli eravamo personalità già più o meno note e spesso “facevamo notizia”; ma la responsabilità legislativa era destinata a restare testimoniale, voci libere di una sinistra scomoda in qualche modo profetica, di firmatari e cofirmatari di proposte di legge non incisive. Forse non è improprio ricordare - potrebbe essere stato un commento di mio padre a suo tempo militante di Giustizia e Libertà - com’era stato, ai primi tempi della Repubblica, l’azionismo, l’ “anomalia liberal-democratica”.

Da parlamentare e da giornalista Ettore è stato prima di tutto l’uomo delle passioni altruiste: quando, Paul Gauthier gli parlò di una bambina palestinese, morta di stenti in un anfratto sotterraneo miserabile, decise che non bastava farci sopra un servizio per la tv e fondò un’iniziativa che, dal nome della piccola - Radié Resch - coinvolgerà chi, come lui, desidera agire per solidarizzare sul serio e non platonicamente con i poveri del mondo. In quegli anni, a partire dal risveglio delle coscienze democratiche e internazionaliste di tutti i paesi per la brutale aggressione al Vietnam, le questioni internazionali erano diventate estremamente popolari e si erano venuti formando ovunque, nel nostro paese, comitati di solidarietà con quasi tutti i paesi oppressi mentre, analogamente, cresceva il numero delle persone dedite al rinnovamento degli studi di politica internazionale per dare senso politico, non solo ideologico, anche a problemi di cultura profonda che non si sarebbero risolti con la caduta del tiranno.

Quando Ettore scelse di lavorare nella Commissione Esteri, come rappresentante della SI mi trasferii alla Difesa (In Parlamento si può passare da una Commissione ad un’altra a comando, destabilizzando la coerenza di lavori e studi già avviati) dove peraltro seguivo già come firmataria le proposte sull’ “Obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio”, sulla smilitarizzazione della polizia e sul Commercio delle armi che Ettore vide arrivare in porto dopo una ventina d’anni di dilazioni. Tuttavia fino alla fine del 1987, quando l’ennesima crisi portò ad anticipare le elezioni, lavorammo insieme per un’altra legislatura, per portare a termine obiettivi che si venivano moltiplicando e differenziando. In quegli anni, come ancor oggi, i problemi internazionali incalzavano anche per l’instabilità dei contesti. In Asia c’erano - e ci sono - problemi essenziali per la pace  mondiale (il Pakistan islamico era allora divenuto nucleare per insipienza Usa, Aung San Suu Kyi viveva agli arresti sotto la dittatura militare  birmana, la Corea del Nord, ecc...), ma poco conosciuti dalla base popolare italiana e quindi senza comitati di solidarietà in cui avessimo già lavorato insieme in Italia. Il Medio Oriente è da sempre  centro di gravità di potenziali conflitti in mano a poteri lontani, spesso petroliferi godeva di larga popolarità anche in Italia, ma in Parlamento, nonostante intere giornate di dibattiti nelle emergenze, non si è mai riusciti a prevenire degenerazioni di accordi posticci. L’Africa era l’oggetto principale degli interventi a favore di quelli che si chiamavano “paesi in via di sviluppo” della contestata cooperazione governativa Italiana per la cui effettività  il Ministero degli Affari esteri strutturerà un Dipartimento specifico con cui la SI aveva mantenuto relazioni sempre più critiche; delle innumerevoli situazioni diversificate di tutti i paesi e dell’allora nuova Organizzazione dell’Unità africana (destinata a diventare UA a somiglianza della nostre UE), restava simbolo Nelson Mandela che neppure Ettore vide libero. L’America Latina fu il principale oggetto di attenzione in Parlamento soprattutto per la partecipazione di base che in Italia aveva visto laici e cattolici postconciliari attivi nelle piazze e nell’associazionismo: erano nostre amicizie le Madres argentine, Rigoberta Menchu, Lula, personaggi che Ettore aveva presentato in televisione e raccontato nei suoi libri. Erano tutte rappresentazioni delle sofferenze del mondo: le interrogazioni di Ettore sono state innumerevoli e importanti. Scarse le risposte governative, come da vecchia abitudine: quando fu ucciso mons. Romero e la SI  di Camera e Senato aveva chiesto il ritiro dell’ambasciatore dal Salvador, la risposta fu che “con i governi democratici (in Salvador governava il democristiano Napoleon Duarte) si deve dialogare”. Appassionati gli interventi in aula: sull’Amazzonia, sul Riconoscimento della Palestina, sul semestre italiana alla Cee, la Crisi del Golfo... E possiamo immaginare dall’efficacia con cui a quei tempi difendeva - nella Commissione di vigilanza di cui era membro - l’informazione democratica, i termini con cui parlerebbe oggi di questo governo.

Occorre anche dire che la SI non praticava tatticismi: d’altra parte il Pci non frappose mai ostacoli a interventi non allineati. Tuttavia erano tempi in cui alcune questioni erano diventate delicate per un partito “comunista” non più filosovietico ad oltranza. La SI collaborò. Se, infatti, era difficile per il Pci barcamenarsi con le proprie Associazioni storiche filopalestinesi mentre nel Parlamento europeo l’on.Imbeni si faceva giustamente carico delle relazioni con Israele, l’impegno della Rete Radié Resch aprì ad Ettore la presidenza dell’Associazione di solidarietà con il popolo palestinese: era la persona giusta per rappresentare la volontà costruttiva di pacificazione nell’area che potenzialmente resta causa di pericolo per gli equilibri internazionali fin dal 1947. L’altra questione scomoda, l’Associazione di amicizia con la Corea del Nord, era già stata affidata alla Codrignani.

Temo che Masina, riconfermato nelle elezioni del 1987, sia stato contento di essere rimasto solo: ero stata abbastanza invadente. Ma mi illudo anche che abbia rimpianto una delle poche persone a cui veniva da ridere (lui schizzava ritratti ironici dei colleghi) nelle “more” (noie inenarrabili) di certe riunioni. Dopo tre legislature andavo spesso alla Camera per prelevare documenti, ma (la gente non immagina come era frenetica la vita a Montecitorio) non si riusciva mai a parlare insieme, anche se venivo a sapere quanto sia stato grande e importante il suo impegno a difesa dei diritti dei popoli e dei diritti umani.

All’epoca era in via di realizzazione il “sistema Basso”, la complessa realizzazione pensata da un altro uomo della sinistra con la passione del “fare”. Lelio Basso - un socialista perdente nelle lotte partitiche interne della sinistra - fu uno dei pochi al mondo ad avere capito che la vera questione contemporanea non era il conflitto Est/Ovest, ma quello Nord/Sud. Il suo “sistema”, dopo la pubblicazione della famosa Carta d’Algeri, doveva comprendere oltre la già incardinata Fondazione Storica, la Fondazione Internazionale, la Lega per i Diritti e la Liberazione dei Popoli, il Tribunale dei Popoli (che fu fondato a Bologna postumo) e l’ambiziosa (e irrealizzata) avvocatura per la difesa delle vittime di repressioni politiche. All’origine c’era stato il Tribunale Russell II sull’America Latina in cui anche l’Ettore giornalista aveva incontrato Lelio. Ero già parlamentare quando, nella Spagna ancora franchista fondò - allora era senatore della SI - la Lega Internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli  e affidò a me la sezione italiana: la partecipazione di Ettore alle iniziative della Fondazione si consolidò con Linda Bimbi, divenuta l’anima delle attività internazionali dopo la morte del fondatore. A questa istituzione Masina ha affidato il suo archivio.

Ancora un’osservazione personale di affettuoso rimpianto sulla passione del giornalista Masina e del parlamentare Masina. Quando andava a vedere con i propri occhi e denunciava sugli schermi, rischiava guai e carriera in Rai, ma sapeva di essere arrivato al grande pubblico; a Montecitorio faceva enormi fatiche e, se andava a verificare situazioni internazionali pericolose, poteva anche aver corso qualche pericolo (un comunista nel paese di Pinochet o a Baires, dove i militari facevano sparire la gente?), ma era pura gratuità, non lo sapeva quasi nessuno: forse era più contento quando, parlando con Gauthier, con qualche teologo della liberazione, certamente con Clotilde, si sentiva spinto a fare subito qualcosa.... La gente si allontana dalle elezioni, ma gli eletti, a parte i big, sono soli.

Ernesto Balducci, uomo di più contenuta passione, vedeva il politico Masina come “un cristiano che fa l’esame di coscienza davanti alla carta geografica”: per la sinistra che non si rinnova, un internazionalista. In fondo tutta la SI abitava le carte “geografiche” alla luce dei diritti e delle idee in piena libertà, superando le angustie dei partiti che, quando Ettore uscì dal Parlamento non erano più in grado di riformarsi. Per speranza di un altro rinnovamento, Ettore come lo stesso Rodotà, si iscrisse al PDS ed entrò nella direzione: da buon cattolico - pardon, “cattocomunista” - si dispose come sempre al servizio del suo paese.

Poco tempo prima delle elezioni del 1992 il mestiere di parlamentare, che viveva di adrenalina dai tempi di Moro, ricevette un gravissimo colpo: immagino l’indignazione incontenibile di Ettore: la notizia dell’arresto di Mario Chiesa, con la mazzetta storica dell’appalto milionario che aprì la reazione di “mani pulite”. Due anni dopo, erano scomparsi i vecchi partiti: tutti -  Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli - fuori dalla storia. Sarebbe arrivato Berlusconi.

Intanto, nel 1992, la nuova Camera fu la prima senza il Pci. E senza, per sempre, la SI.

 

Giancarla Codrignani

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