Koinonia Gennaio 2019


In molte occasioni e per diversi motivi viene da ripensare a Martino Morganti, con molta gratitudine per la sua testimonianza e per la sua eredità. Il 2019 sta a ricordarci che sono trascorsi 20 anni dalla sua morte ed il desiderio è quello di fare memoria di lui in maniera più allargata, magari con gli amici della “Comunità del Luogo Pio” di Livorno. Ma intanto è bene ridargli la parola attraverso questo articolo apparso su «Tempi di fraternità» nel 1995 e raccolto nel libro postumo “Mai dire fine. Orizzonti di speranza” (Il Pozzo di Giacobbe, 2005). Sono considerazioni che ricorrono spesso nei nostri discorsi a proposito di quella “conversione pastorale” di cui parla Papa Francesco, ma poi tranquillamente snobbata dagli operatori del settore. Martino ci sollecita con queste parole: “Interrogativi. Soltanto interrogativi. Chi avesse le risposte non le tenga per sé. Siamo in molti ad attenderle”.

 

L’ERBA E LE PIETRE

 

Carissimi, queste letterine mi prendono la mano. Mi comandano. Penso di scrivervi su qualcosa ma poi quel qualcosa deve cedere ad altro che rivendica la precedenza. Non necessariamente perché è più importante. Semplicemente perché è ciò che, nel momento, sta addosso, o dentro, ed esercita il suo turno di dominio, di padroneggiamento.

Questa volta credevo di riferirmi a Giuseppe di Nazareth solidarizzando con lui maschio negato e avanzando, partendo da lui, qualche rivendicazione al maschile. Ma Giuseppe deve attendere. Perché è arrivata la Pasqua. Questa mia Pasqua. Vissuta un po’ al di là dei miei contesti attuali: in parrocchia e proprio al centro delle sue liturgie. Non nella parrocchia a cui sono “attaccatissimo” in quanto sta appena oltre la parete alla quale si appoggia il letto del mio russare notturno. Ma una parrocchia distante da me più di ottocento chilometri e che raccoglie diecimila dei cinquantamila abitanti di una cittadina pugliese. Però la collocazione geografica credo sia ininfluente. Conta il fatto che sono arrivato in una parrocchia preoccupato di come far breccia su convincimenti e pratiche che colmano e saturano specialmente giornate religiosamente molto caratterizzate (il triduo pasquale) ed è stata la parrocchia ad entrarmi dentro seminandovi, o risvegliandovi, interrogativi di non scarso peso. Ne seleziono due o tre. Per proporli anche a voi.

Il primo. Ho riportato l’impressione che questa sia una bella parrocchia. Ma mi interrogo su quale senso dare a questa “bella”: è una bellezza di parrocchia od è una bellezza in parrocchia? Tentando di essere meno ermetico: questa bellezza è un prodotto tipicamente ed esclusivamente parrocchiale od è un frutto maturato in parrocchia ma che poteva maturare anche in altri luoghi o riferimenti di aggregazione? Insomma: bellezza di parrocchia come buone percentuali di battezzati, di presenze alla messa, di matrimoni in chiesa e simili o bellezza in parrocchia come coltivazione di umanità sana, voglia e capacità di stare insieme e insieme riflettere, orientarsi, operare e simili?

In questa parrocchia ho vissuto prevalentemente momenti liturgici. Quindi di parrocchia. Eppure mi è sembrata prevalere la bellezza in parrocchia su quella di parrocchia. Anche negli stessi riti, pieghevoli e docili a continuare e ad incrementare una tessitura di rapporti, relazioni, incontri. Anche nell’insieme del “parrocchiale” (annuncio, catechesi, approccio biblico...) che rimane intero, senza decurtazioni o camuffamenti ma vivo della carne e del sangue della gente. Anche nel parroco. Determinante. Come dovunque (e nel bene come nel male). È il parroco che modella e firma la parrocchia. E questo parroco credo allunghi la fila dei preti che si collocano più sul versante della costruzione e ricostruzione della vita che su quella della “salvezza delle anime”. Anche lui, o prima di tutto lui, più in che di parrocchia.

E la bellezza è gradevole ovunque fiorisca. Non importa sotto quale sigla si presenti. Molte volte le appartenenze (di quella istituzione, associazione, gruppo...) mi hanno creato problemi nel valutare persone e situazioni. Ormai diffido delle generalizzazioni. E colleziono splendide sorprese.

Il secondo. Ma se è “bellezza” più in che di parrocchia (persisto nel piccolo bisticcio!) come si colloca rispetto alle altre parrocchie e, in definitiva, nel contesto diocesano ed ecclesiale? Ho il sospetto che questa parrocchia (questo tipo di parrocchie) non ecceda in allineamento e che dal centro (diocesano e romano) si misuri una certa distanza e difformità dal modello proposto. È troppo sensibile al “locale” e alle variabili umane per essere disponibile a pianificazioni esterne e predefinite. Sarei tentato di dire: la sua obbedienza alla “base” attenua la sua obbedienza ai “vertici”. E il linguaggio non è casuale. È proprio improponibile una qualche analogia tra questa parrocchia (queste parrocchie) e le non poche parrocchie che, qualche decennio fa, dovettero smettere di essere parrocchie e divennero comunità, appunto, di “base”? Allora vigeva la politica dell’epurazione: fuori i parroci e i parrocchiani troppo vivaci e dentro parroci e parrocchiani docili. Oggi sembra prevalere un’astuta tolleranza. Forse anche perché ciò che è scomodo all’interno torna spesso comodo per irrobustire prestigi esterni (il prete e la parrocchia in lotta contro la mafia, le emarginazioni, ecc., accredita una chiesa antimafia, accogliente, ecc.!). E, intanto, la “base” può esprimersi all’ombra del “vertice”. Rendendo possibile una generazione nuova e diversa di... comunità di base? Don Mazzi Antonio (l’esemplificazione vale per il giochetto che consente!) che succede o si affianca a don Mazzi Enzo?

Il terzo. La bellezza in parrocchia arriva così a relativizzare il “dentro” e il “fuori”? Non, ovviamente, il consunto “dentro” e “fuori” la chiesa, teologicamente improponibile come è teologicamente improponibile qualcuno che abbia l’autorità di stabilire dove la chiesa finisca e dove inizi la non-chiesa. Ma semplicemente lo stare o non nelle attuali strutture ecclesiastiche. Padre Balducci penso si riferisse a questo quando - erano i primi anni settanta - mi rimproverava scelte da ... libero battitore. Alle spalle avevamo la sua Badia Fiesolana. Davanti il piazzale lastricato con grandi e pesanti pietre. “Vedi - mi diceva - l’erba sa venir fuori nonostante le pietre”. Credetti di dargli una buona risposta: “Non ho mai avuto dubbi sulla forza dell’erba, ma perché costringerla ai rari interstizi quando, togliendo le pietre, potrebbe diventare un prato?”. Sorrise. Forse rimanendo convinto che era proprio dalla sua posizione e non dalla mia che era più facile divellere quelle pietre e far posto all’erba. Ed è rimasto al suo posto di “superiore” di un gruppo di frati, e cioè di cristiani qualificati fin nel vestiario, pur professandosi sicuro che l’uomo planetario è post-cristiano perché non sopporta discriminazioni che lo separino dalla comune degli uomini: “No, io non sono un cristiano, sono soltanto un uomo” (In Vangeli del terzo millennio, Qualevita, p. 245).       

Per tornare alla parrocchia della mia Pasqua: meglio la bellezza in parrocchia che la bellezza fuori parrocchia se la prima ha più possibilità di realizzare la seconda? Interrogativi. Soltanto interrogativi. Chi avesse le risposte non le tenga per sé. Siamo in molti ad attenderle.

 

Martino Morganti

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