Koinonia Agosto-Settembre 2021


La grazia del Concilio secondo Papa Giovanni

 

ANDARE ALLA RADICE PER NUOVE STAGIONI

 

Si ha un bel gridare “concilio, concilio”,  ma nonostante tutte le variazioni di facciata  c’è da dire “concilio non è!”. Anzi, come ipotesi di lavoro si potrebbe affermare che, se non nelle apparenze, nella sostanza siamo tornati ad una condizione pre-conciliare di mentalità, di prassi, di “cristianità” decaduta  ma sempre sulla scena ad opera di suoi cultori nostalgici. Mi chiedo se per uscire da questo impasse basti aggrovigliare ancora più la matassa con approfondimenti e discussioni di questo o quel “punto” di dottrina o di prassi; e non sia invece urgente ritrovare la situazione “preconciliare” e ricercare le condizioni per un nuovo stato di Concilio permanente, quelle che lo hanno preparato e poi suggerito o ispirato a Papa Giovanni. Il problema non  più cosa è stato il Vaticano II o cosa ne è ora (anche se tutto questo è importante), ma  che abbia o possa avere un futuro. E il futuro è del seme, non della pianta!

Sarebbe in effetti sterile e controproducente continuare a dare corso al Concilio in uno stato di ambiguità e di gattopardismo avanzato e irreversibile. Forse è necessario il coraggio di dire che, per come è stato trattato e gestito, il Vaticano II è il sale che ha perso il sapore, e non si saprebbe proprio come ridarglielo senza entrare in un processo involutivo che lo spingerebbe in un vicolo cieco senza più futuro. E allora non parliamo più di Concilio come fatto compiuto o da compiersi nel suo sviluppo; semmai come concilio prossimo venturo, da reinventare e da rivivere, che non è un voler cancellare ma semplicemente sgombrare il campo da tutti gli ostacoli che impediscono il fluire dello spirito originario, arenatosi nelle secche dell’efficientismo e del formalismo.

La pianta del concilio non nasce da qualche elaborazione teologica, da qualche preciso progetto pastorale, da qualche programma altisonante o da qualche parola d’ordine (tipo “aprite le porte a Cristo”). Nasce apparentemente all’improvviso nell’animo di un semplice cristiano, chiamato al pontificato e quindi pronto a dare alla propria fede le dimensioni di Pastore universale della Chiesa, non solo in senso formale ma in maniera essenziale e reale.

La sua omelia il giorno della “Incoronazione” il 4 novembre 1958 porta il titolo “Fratello e Pastore” e vi si trova questa chiara consapevolezza: “C’è infatti chi aspetta nel pontefice l‘uomo di stato, il diplomatico, lo scienziato, l’organizzatore della vita collettiva, ovvero colui il quale abbia l’animo aperto a tutte le norme di progresso della vita moderna, senza alcuna eccezione. O venerabili fratelli e diletti figli, tutti costoro sono fuori del retto cammino da seguire, poiché si formano del sommo pontefice un concetto che non è pienamente conforme al vero ideale” (pp.66-67).

Sembra proprio che Giovanni XXIII voglia chiarire a se stesso e far capire a tutti quale è e come intende la chiamata a pontefice, non come ruolo predefinito dalla storia, ma in quanto sviluppo del  suo essere “cristiano” elevato a questa responsabilità. Più avanti del suo Discorso precisa: “Ogni pontificato prende una sua fisionomia dal volto di lo impersona e lo rappresenta. È certo che tutte le fisionomie di quanti papi si succedono nel corso dei secoli si riflettono, e si devono riflettere nel volto di Cristo, il divino Maestro che non percorse le vie del mondo se non per  diffondere la buona dottrina e la luce di un suo meraviglioso esempio” (pp.68-69).

Forse potremmo parlare anche a proposito di papa Giovanni di “avventura di un povero cristiano”. E se fin qui c’è la presa di coscienza di una vocazione a ricoprire un ufficio, c’è da dire che non manca affatto fin dalle prime battute la consapevolezza del compito da assolvere. Ce lo fa capire con la scelta del nome: “Mi chiamerò Giovanni”, al momento della elezione e della accettazione il 28 ottobre 1958.

Volendo motivare questa scelta, dice: “Noi amiamo  il nome di Giovanni, a noi e a tutta la chiesa tanto caro, in particolar modo per il suo duplice appellativo: di due uomini, cioè, che furono più vicini a Cristo Signore, Redentore divino di tutto i mondo e fondatore della chiesa” (p.63). Qui c’è tutto il suo mondo interiore ed è significativo che il riferimento alla chiesa è nella prospettiva del mistero della redenzione del mondo! Ma quando poi si tratta di esplicitare cosa questi due uomini vicini al Cristo Signore ispirano, ecco le parole che diventeranno la prospettiva di tutto il futuro Concilio: “Faccia Iddio che entrambi i Giovanni gridino in tutta la chiesa per l’umilissimo nostro ministero pastorale…;  gridi al clero e a tutto il popolo la nostra opera con la quale desideriamo “preparare al Signore un popolo perfetto, raddrizzare i suoi sentieri affinché le vie storte si raddrizzino e quelle aspre divengano piane, affinché ogni uomo veda la salute di dio” (Lc 3,4-6).

Nessun apriorismo ideale o astratto ma risposta puntuale alle situazioni reali della chiesa alla luce di una esperienza di fede tanto tradizionale nelle forme quanto feconda e libera nella sostanza. È su questo terreno e da questa radice che si arriverà alla “risoluzione decisa” appena qualche mese dopo, il 25 gennaio 1959, con l’annuncio a sorpresa di un Concilio ecumenico. E questo grazie all’impatto della sua spiritualità di semplice  cristiano con le situazioni e lo stato delle cose nella chiesa dal suo nuovo punto di osservazione. Tutto accade nella Basilica di san Paolo nel giorno della Conversione di Paolo, quando lui stesso dice che la circostanza “ci ha suggerito di aprire l’animo nostro confidente alla vostra bontà e comprensione circa alcuni punti più luminosi di attività apostolica, che questi tre primi mesi di presenza e di contatto con l’ambiente ecclesiastico romano ci hanno suggerito”. E prosegue: “Ci sta innanzi la sola prospettiva del bonum animarum e di una corrispondenza ben netta e definita del nuovo pontificato con le spirituali esigenze dell’ora presente” (pp.71-72),

Qualcosa dunque che nasce  dalla viva esperienza “circa alcuni punti più luminosi di attività apostolica”  nella prospettiva del  bonum animarum e con la preoccupazione di trovare “una corrispondenza ben netta e definita del nuovo pontificato con le spirituali esigenze dell’ora presente”: una responsabilità e attività apostolica che presenta nuovi punti luminosi e che  cerca una nuova corrispondenza del pontificato verso le esigenze spirituali del tempo presente. Non sono affermazioni di rito o insieme di frasi fatte, ma c’è tutta la potenzialità del seme che darà vita al Concilio, in una visione molto realistica della chiesa nel mondo, che sarà l’asse portante di tutta la vicenda conciliare.

Come Pastore del gregge di Cristo e della chiesa universale, egli “allarga lo sguardo sul  mondo tutto intero, del cui governo spirituale è fatto responsabile per la divina missione affidatagli della successione del supremo appostolo” (p.74). E il suo sguardo sul mondo non è di condanna o di idealizzazione, ma del tutto realistico, “lieto da una parte dove la grazia di Cristo continua a moltiplicare i frutti e portenti di spirituale elevazione, di salute e di santità in tutto il mondo: e triste dall’altra innanzi all’abuso e al compromesso della libertà dell’uomo che non conoscendo i cieli aperti, e rifiutandosi alla fede in Cristo Figlio di Dio, redentore del mondo e fondatore della santa chiesa, si volge tutto alla ricerca  dei cosiddetti beni della terra” (p.74). Quando la tentazione e l’attrazione verso i vantaggi di ordine materiale entrassero anche nella chiesa, la porterebbero a un infiacchimento delle sue energie spirituali e ad un rilassamento che ridurrebbe la sua capacità di resistenza. Sono queste le forze in campo!

Ma lo spirito di Papa Giovanni non si ferma a queste considerazioni e constatazioni, né pensa di essere l’unico in grado di colmare il fosso esistente tra chiesa e mondo e recuperare i ritardi della storia per via autoritaria e dottrinale: non pensa ci voglia un grande papato che dirima tutte le questioni interne morali e di ortodossia per essere credibili. Forse si rende conto che per ristabilire un ascolto e una comunicazione bilaterale col mondo deve essere coinvolta la chiesa intera: non è una operazione burocratica o diplomatica, ma apostolica. È necessaria perciò la ricerca di strumenti e di mezzi per rimettere la chiesa di Dio in cammino sulle vie del mondo, che non è un modo di dire, ma è “una risoluzione decisa per il richiamo di alcune forme antiche di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina” che nella storia hanno dato i loro frutti di rinnovamento.

Ecco improvvisa l’ispirazione e l’idea di un “Concilio” quasi come vento gagliardo e terremoto di una nuova Pentecoste, che sorprende chi pronuncia questa parola e meraviglia e sconcerta quanti l’ascoltano, tutt’altro che operazione a tavolino o strategia pastorale da adottare: “Venerabili fratelli e diletti figli nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando non poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito il nome e la proposta della duplice celebrazione di un sinodo diocesano per l’Urbe,  di un concilio ecumenico per la chiesa universale” (p.76). È come se Pietro si fosse sentito dire ancora una volta dopo la pesca andata a vuoto: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca” (Lc 5,4). Quindi un atto di obbedienza e di fede sulla sua Parola, che deve rimanere tale negli sviluppi successivi e nella storia, se davvero il Concilio è evento di grazia gravido di futuro e non riducibile a fatto di cronaca o a motivo di polemica.

Fautori e detrattori, progressisti e conservatori, rivoluzionari e reazionari, innovatori e tradizionalisti dicano quello che vogliano e si combattano per far prevalere le proprie interpretazioni, ma tutti dovrebbero imparare a tener conto di cosa effettivamente si tratta e di cosa c’è in gioco, ad evitare approssimazioni e strumentalizzazioni. Sapendo che la convocazione per questa impresa di “aggiornare” la chiesa e riportarla al passo dei tempi non era solo di Vescovi, ma coinvolgeva tutti: “Da tutti imploriamo un buon inizio, continuazione, e felice successo di questi propositi di forte lavoro, a lume, ad edificazione e a letizia di tutto il popolo cristiano, a rinnovato invito ai fedeli delle comunità separate a seguirci anch’esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra” (p.77).

Rileggere queste parole dopo quanto è stato fa capire meglio quanto c’era già di potenziale non del tutto espresso ma sempre disponibile per sviluppi futuri. Era mia intenzione di partenza mettere a fuoco come nasce il Concilio, come viene inteso, vissuto e proposto attraverso le parole di Papa Giovanni. Mi sono subito reso conto che un lavoro simile avrebbe richiesto altre dimensioni di discorso, ma al tempo stesso ho potuto constatare che già quanto egli ha detto del suo pontificato dal 28 ottobre 1958 fino all’annuncio il 25 gennaio del 1959 è più che sufficiente per avere gli elementi essenziali  e quale fosse  l’impostazione spirituale alla base di una decisione tale, qualcosa che si arricchirà in maniera concentrica in tempo successivo fino all’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962.

Ma intanto c’è qui il DNA che dovrebbe rimanere l’anima di un Concilio permanente: c’è la spiritualità tradizionale di un semplice cristiano, assurto alla responsabilità di Pastore universale della Chiesa che lo porta a farsi lui chiesa piuttosto che identificarla. E come tale, se all’interno è riportata al centro del mistero della redenzione, ad extra essa deve essere strumento di questa redenzione per il mondo: è chiamata a ristabilire un rapporto di reciprocità, di comunicazione e di confronto con il mondo.

In sostanza, tra gli elementi da cogliere già da queste prime battute c’è il fatto che nasce un soggetto diverso di chiesa, non più in forma di papolatria e di gerarcologia; un soggetto inoltre con una  missione  universale di testimonianza e annuncio del vangelo a tutte le genti; tutto questo attraverso un concilio ecumenico, che dovrà dare una impronta di collegialità e di sinodalità alla chiesa del futuro. Sappiamo cosa è stato il Concilio in passato nel suo svolgimento; ci rendiamo conto di come viene recepito o rigettato al presente; se vogliamo prevedere un suo futuro, dobbiamo ritrovare la sua radice. Ma questo dipende soltanto da noi!

 

Alberto Bruno Simoni op

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