Vangelo insieme...



V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

(Gb 7,1-4.6-7; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39)
5 Febbraio 2012


Continuiamo a seguire Gesù nei suoi movimenti. Siamo ancora alle prime mosse del Vangelo di Marco, ma si capisce bene che egli si lascia capire nell'incontro e nello scambio interpersonale più che attraverso discorsi: si dice sì che insegnava con autorità e che suscitava sorpresa, ma non si dice cosa di fatto insegnasse, a parte la proclamazione scarna del Regno di Dio vicino.
Egli sta predicando il Vangelo di Dio per la Galilea e in un giorno di sabato entra nella sinagoga di Cafarnao per insegnare. Ma non sembra essere quello il luogo primario della sua missione, che si svolgerà per le strade e nelle case. Intanto egli non è più solo, ma si muove già in gruppo con i discepoli, per cui si dice che "usciti dalla sinagoga, si recarono in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni". Si direbbe che la predicazione è un fatto comunitario, in segno e a testimonianza di ciò che il Regno di Dio possa essere.
Ma in questo coinvolgimento per il Regno di Dio c'è anche di più. Ci viene detto della suocera di Pietro, che Gesù libera dalla febbre prendendola per mano: nessuno avrebbe osato tanto! È come per dirci che anche le donne sono ammesse alla sequela e associate nel servizio: si sa che i rabbini di quel tempo non accettavano di essere serviti a tavola da una donna, mentre qui una donna viene rimessa in piedi e si mette a servirli: è il segno della partecipazione piena al servizio del Figlio dell'uomo, il quale non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per tutti. Per analogia possiamo pensare al momento in cui fu portato dallo Spirito nel deserto, quando "stava con le fiere e gli angeli lo servivano" (Mc 1,13), quasi una presentazione riassuntiva di tutta la missione messianica.
Una missione che non è confinata nella sinagoga, ma che non rimane rinchiusa neanche in casa, se tutta la città si trova riunita davanti alla porta, con "tutti i malati e gli indemoniati"; di questi ne guarisce e ne libera "molti": senza dichiararlo lascia capire che egli è venuto per i malati e non per i sani. Egli preferisce agire più che parlare: e se non si affida alle parole, diffida dei facili pronunciamenti dei beneficati a suo riguardo, e non permette loro di parlare "perché lo conoscevano". Gesù non vuole che si parli di lui secondo precomprensioni o schemi convenzionali, ma vuole che ciascuno accetti il suo dono e si metta a seguirlo o a collaborare con lui, senza fare pubblicità e suscitare momentanei entusiasmi. Comincia così a delinearsi il tipo di sequela che egli suscita e si aspetta.
Ma intanto va precisandosi la sua personalità, quando ad esempio lo troviamo di buon mattino in un luogo deserto a pregare, a farci capire come egli è portato di continuo dallo Spirito e vive costantemente alla presenza del Padre, che "vede nel segreto". Quello che viene chiamato il "segreto messianico", e cioè la riservatezza e la discrezione con cui si circonda, non è altro che il riflesso di questa segretezza di comunione che ha nella preghiera.
A Pietro e a quelli che erano con lui sfuggono certe sfumature: quello che riescono a vedere è solo la folla di quanti lo cercano, tanto da farsene ambasciatori. Con un comportamento certamente sconcertante, egli si nega alla loro richiesta, ma con parole che fanno intendere i suoi intenti e programmi: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo infatti sono venuto". L'attenzione è riportata alla predicazione del regno di Dio, di cui la cacciata dei demoni è solo un riflesso.
Se abbandoniamo l'abitudine a valutare il vangelo in termini di dottrina e di insegnamento morale e osserviamo il modo di fare di Gesù, possiamo comprendere meglio cosa vuol dire evangelizzazione, e quale ne debba essere il metodo. E quello che ci insegna S.Paolo nella seconda lettura, fino a dire: "Guai a me se non predicassi il vangelo!". Non stiamo forse correndo questo rischio senza neanche accorgercene?

Alberto B. Simoni

.