V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

(Is 6,1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11)
7 Febbraio 2010


Nel suo impegno di stendere "un resoconto ordinato" degli avvenimenti successi intorno a Gesù, l'evangelista Luca si dimostra interessato a dire che egli predicava, prima ancora di riferire il suo insegnamento: rimaniamo sulla rotta della "buona novella annunciata ai poveri", quale evento e segno primario del Regno di Dio. L'azione è preliminare all'insegnamento, la prassi alla dottrina. Ed anche il modo in cui tutto ciò avviene ha la sua importanza: Gesù si trova - "levato in piedi" - presso il lago e la folla gli fa ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, e cioè quell'annuncio del Regno che aveva cominciato a proclamare a Nazaret e per il quale si diceva mandato (Lc 4,43-44). Le circostanze gli suggeriscono di salire su una barca - non a caso quella di Simone - e di lì ammaestrare, quasi fosse un pescatore di uomini con l'esca della parola di Dio!
Emerge chiaramente con quale intensità e intuito Gesù viva le situazioni e come sappia cogliere la potenza simbolica delle circostanze e usarne il linguaggio: si fa padrone di quella barca e ordina a Simone di prendere il largo e calare le reti, nonostante che la fatica della notte non avesse avuto esiti. Se quanto aveva ascoltato fino a quel momento era verità, per Simone non poteva non essere vera anche quella parola-ordine, e getta le reti, con esiti ben diversi. Che questo episodio sia accaduto prima o dopo la resurrezione, come fa capire Gv 21,1-11, esso in realtà tradisce e traduce una esperienza di Dio nella presenza di Gesù, tanto da indurre Simon Pietro - e qui è già anche Pietro! - a gettarglisi alle ginocchia e a misurare la propria distanza di peccatore da lui. Ma ormai il coinvolgimento suo e dei suoi compagni c'era stato - quasi presi essi stessi all'amo - e non devono aver paura d'essere anche loro "pescatori di uomini". La "buona novella ai poveri" avrebbe avuto continuità attraverso questi poveri pescatori, così come il loro Maestro, da ricco che era, si era fatto povero per arricchirci. Ed è questo per Gesù il modo di associare altri alla sua predicazione!
Qualcosa di simile era accaduto ad Isaia, come ad altri profeti: l'esperienza viva della gloria di Dio gli dà coscienza d'essere un uomo dalle labbra impure, ma i cui occhi hanno visto il re; egli può essere purificato e così bruciare dalla passione di rispondere alla voce del Signore con piena disponibilità: "Eccomi, manda me!". È anche ciò che accade a Paolo: anche a lui, dopo e come a tanti altri, appare il Cristo Vivente ed egli sente d'essere come un aborto, ma trova la forza nella grazia di Dio che lo fa essere quello che è, apostolo insieme agli altri apostoli, che impegna se stesso oltre ogni misura. E rivolgendosi alla Chiesa di Corinto dice: "Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto". È così che viene trasmesso il Vangelo annunciato e ricevuto, nel quale restare saldi e dal quale ricevere la salvezza: in una continuità di messaggio - Cristo morto e risorto - e di forma: la predicazione!
In questi tre quadri prospettici si intravede quali siano la genesi, la prassi, la forza e le modalità di una evangelizzazione, prolungamento del ministero stesso di Gesù che porta la buona novella ai poveri: una incisiva e decisiva esperienza mistica, una presa di coscienza della propria insufficienza, l'affidamento totale alla grazia di Dio, che porta a dire: "non io però, ma la grazia di Dio che è con me".
Il problema della evangelizzazione, portato ormai in primo piano almeno come formula, non è questione di ricette o di progetti; essa si dà quando qualcuno - cui sia dato e richiesto - vive questo processo di esperienza mistica e di conversione, per mettersi a totale servizio della parola di Dio, affinché nella Chiesa ci sia adeguazione tra ciò che è predicato e ciò che è creduto.
"Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto"! Sono parole che vanno lette in parallelo a Rom 10,14-15.17: "Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? ... La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo". Qui c'è tutto il senso di una vocazione della Chiesa alla predicazione apostolica, ma anche il motivo di ripensare il rapporto predicazione-fede quale criterio di discernimento delle prassi pastorali vigenti: se da una parte tanta predicazione è funzionale ad una religiosità e ad una fede spuria, dall'altra una funzione di magistero serve a tutelare l'ortodossia, ma non riuscirà mai a generare la vera fede, tanto da poter dire "così predichiamo e così avete creduto".