VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

(Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26)
14 Febbraio 2010


Chi, pazientemente, seguisse questo itinerario di riflessione - quasi liturgia della Parola strada facendo - si accorgerebbe subito che esso non è approfondimento storico-esegetico del testo, trattazione spirituale, prontuario per omelie, ma impegno a coniugare Parola e vita come modo di essere e di pensare, prima che d'agire, dentro la fede; e questo in chiave comunitaria prima che personale. Ascoltare la Parola di Dio non è, in qualche modo, "ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese"?
Il punto focale di riflessione è il fatto che "si predica Cristo risuscitato dai morti" e che solo da qui dipende la fede, che sarebbe altrimenti vana, come vana diventerebbe la predicazione. Ed anche la semplice speranza in Cristo come modello e maestro di vita sarebbe solo illusoria, perché resteremmo nel nostro peccato, e cioè nella morte. Dunque predicazione, resurrezione, fede: sono termini intercambiabili e concentrici rispetto al mistero centrale di salvezza che è Cristo: costituiscono il triangolo di una chiesa apostolica, profetica o escatologica, storica. E così la stoltezza della predicazione viene a scontrarsi con i vani ragionamenti umani ("come possono dire alcuni tra voi che non esiste resurrezione dei morti?". Si ripensi anche al discorso di Paolo ad Atene, Atti 17, 22ss), così come la croce è scandalo e stoltezza per gli osservanti e per i sapienti, ma salvezza per chi crede.
È qui il motivo dialettico di fondo, che si ripresenta di continuo ed ha le sue variazioni anche nelle letture odierne, ad esempio tra maledizione e benedizione, tra l'uomo che confida nell'uomo e l'uomo che confida nel Signore: l'uno che dimora in luoghi aridi nel deserto dove nessuno può vivere, l'altro che è come albero piantato lungo l'acqua e non smette di produrre i suoi frutti! Ma dove questa dialettica trova il suo punto di forza e di chiarezza - il Vangelo non mai asettico - è nella proclamazione delle Beatitudini evangeliche, la nuova legge del Regno di Dio. Diversamente da Matteo che presenta Gesù sul monte (Discorso della montagna) Luca lo coglie mentre "disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante" (Discorso della pianura): tutti e due fanno riferimento a Mosè che riceve le Tavole sul monte e le trasmette al popolo in piano. Questa proclamazione ha i suoi precedenti nel Magnificat e nella predicazione di Gesù a Nazaret, così come ha la sua esemplificazione nella parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone e la sua applicazione nel discorso del giudizio finale: "Venite benedetti dal Padre mio...Via, lontano da me, maledetti" (Mt 25,34.41).
Tutto questo, infatti, trova forte risonanza quando Gesù, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, dice: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio... Ma guai a voi ricchi, perché avete già la vostra ricompensa". Non è esortazione consolatoria, insegnamento morale, indicazione ascetica o mistica pauperistica. È semplicemente "la buona novella annunciata ai poveri in maniera effettiva ed efficace, e cioè in potenza di parola e Spirito Santo: è una dichiarazione che compie ciò che dice, e cioè il fatto che al Padre piace rivelare e dare il suo Regno - tutto il suo amore - ai piccoli, ai diseredati, agli oppressi, agli affamati, ai perseguitati, ai senza-nulla.
In cambio si chiede che questa condizione di povertà diventi scelta, ad imitazione di Cristo che "da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2Cor 8,9). La povertà diventa quindi una dimensione inscindibile della fede ma anche costitutiva della vita di Chiesa. Si dovrebbe rileggere il n. 8 della Lumen gentium, per capire come essa possa diventare l'interpretazione vivente delle Beatitudini: "Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza".
Ma anche il discorso sulle Beatitudini - come quello sulla carità - è soggetto a facili manipolazioni, per cui è opportuno tentare qualche chiarimento: "La 'buona novella' ai poveri è innanzitutto quella che deve portarli fuori dalla loro triste, infelice, assurda condizione che è il risultato di indebite appropriazioni e di profitti da parte di alcuni a discapito di altri. Ma questa presa di posizione, questo schieramento, impegno sociale di Gesù non ha trovato piena comprensione nella primitiva comunità, che ha preferito lasciare le sperequazioni esistenti, confortando i poveri, gli affamati e gli oppressi con la promessa di una loro futura beatificazione e di una futura condanna dei loro oppressori. La giustizia sociale non è un bene di quaggiù. Su queste reinterpretazioni (cfr Mt 5,3) è nata quella che viene chiamata l''alienazione' del discorso della montagna. La comunità cristiana è sulla strada di Cristo solo quando si prende cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti e lotta contro coloro o contro le situazioni che sono all'origine di tali squilibri" (O. da Spinetoli, Luca, p. 243).
Ma forse siamo chiesa troppo di ricchi, di sazi, di entusiasti, e di successo, per essere veramente credibili!