
L'andamento dell'anno liturgico, con l'inizio della Quaresima, provoca una inversione di tendenza rispetto alla linea di sviluppo del Vangelo: dopo che, nel Tempo ordinario, la missione di Gesù è stata avviata ed impostata nei suoi temi e nei suoi schemi fondamentali, da una parte si torna indietro, come nel caso delle Tentazioni, e dall'altra si guarda avanti, attraverso quegli eventi che servono a far emergere le costanti del mistero della salvezza che si attua nella vicenda umana e storica di Gesù di Nazaret. In proposito, è sintomatico il fatto che nelle tentazioni si presenti già Gerusalemme, così come sono indicative le parole con cui si chiude il passo del Vangelo odierno: "Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato". Come per dire qual'è la trama di ciò che sta avvenendo di decisivo e di trasversale per un risanamento alla radice della condizione e della storia umana: un processo di salvezza che non può non coinvolgere quanti prendono coscienza di essere comunque coinvolti nella "caduta" del primo Adamo dopo la tentazione delle origini.
Il punto cruciale è la realtà e la necessità della tentazione, che fa parte della eredità di uomini che ancora possono decidersi e convertirsi per il Regno di Dio, pur non potendolo afferrare se non ci venisse incontro; la scelta di fondo davanti alla quale chiedere - come facciamo nel Padre nostro - di non rinnovare la caduta dei progenitori ma di poterne uscire liberati dal male. Ciò è possibile solo a patto che qualcuno sia in grado di operare un capovolgimento della condizione di caduta o di "peccato" in cui ci troviamo come umanità.
La narrazione evangelica vuole appunto annunciare che "Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto, dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo": il richiamo al battesimo, al Giordano, allo Spirito Santo, di cui è portatore e da cui è portato, lascia capire che è in gioco la svolta auspicata: il Figlio e Servo è il simbolo (si direbbe il sacramento) della nuova umanità che sconfigge i poteri del male per mezzo dello Spirito e della propria obbedienza al Padre, con la fedeltà alla sua Parola ("mio cibo è fare la volontà del Pare mio"), con la scelta della povertà assoluta rispetto alle potenze del mondo, con la rinuncia a servirsi del Nome di Dio per l'affermazione di progetti personali.
Si direbbe che abbiamo il modello dell'uomo evangelico o delle beatitudini prima che queste vengano proclamate e dopo che noi le abbiamo rivisitate: una strada obbligata e segnata, quella della sequela, che richiede una revisione profonda dei propri rapporti con i bisogni primari della vita, con le ambizioni sociali e con le pretese religiose, e cioè con quanto esercita sull'uomo un qualche potere di soggiogamento o con quanto lo trasforma in oppressore. Tutto dovrebbe invece portare ad una liberazione del desiderio da tutte le concupiscenze e morbosità, per divenire portatori della libertà dei figli di Dio. A ciò conduce lo Spirito di Dio, se ad esso ci affidiamo, sottraendoci alla forza d'attrazione dell'uomo vecchio che è in noi e lasciandoci attirare da chi è "elevato da terra". Tutto questo non è questione né di tempi, né di momenti, né di episodi particolari, ma investe i "quaranta giorni" dell'esodo o del pellegrinaggio terreno: si direbbe che interessa il passaggio della vita o la "pasqua" sempre da rinnovare e da vivere!
Quando è lo Spirito di Dio a condurre nel deserto - secondo il piano della salvezza - non è per fuga; ma nel deserto si può sostare solo per un esodo di liberazione. Così una "quaresima" può essere vissuta solo in vista della Pasqua, che non è se non la rigenerazione e la ripresa della fede nel Dio che libera e dà vita: non a caso la Veglia pasquale prevede che si rinnovino le promesse battesimali e quindi la professione della fede.
Un bell'esempio di professione di fede a sfondo "pasquale" ed "eucaristico" lo abbiamo, quasi una anticipazione, nella prima lettura dal libro del Deuteronomio; mentre la seconda lettura ne dà la versione neotestamentaria. Se è vero sempre e comunque che "chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato", è altrettanto vero che ormai la memoria viva è ormai "credere col cuore che Dio ha risuscitato dai morti" Gesù, e che confessare con la bocca che questo "Gesù è il Signore" dà salvezza. Forse siamo troppo abituati ad intendere e vivere la Quaresima come tempo dell'azione caritativa, in maniera alquanto pragmatica; e forse si dimentica che la prima conversione è quella del cuore all'obbedienza della fede e quella di una professione o testimonianza di questa fede nella Chiesa e davanti al mondo.
Quanto non ci sarebbe da fare, anche in chiave pastorale e nell'ottica della evangelizzazione, perché la parola della fede che si predica sia vicina a ciascuno e al tempo stesso sulla bocca e nel cuore di un Popolo di credenti, comunità di fede!