29 gennaio 2023 - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

 

Rudolf Yelin: Discorso della montagna (1909)

Progetto per una finestra in una chiesa parrocchiale a Weinheim (Germania)

 

PRIMA LETTURA (Sofonia 2,3; 3,12-13)

 

Cercate il Signore

voi tutti, poveri della terra,

che eseguite i suoi ordini,

cercate la giustizia,

cercate l'umiltà;

forse potrete trovarvi al riparo

nel giorno dell'ira del Signore.

«Lascerò in mezzo a te

un popolo umile e povero».

Confiderà nel nome del Signore

il resto d'Israele.

Non commetteranno più iniquità

e non proferiranno menzogna;

non si troverà più nella loro bocca

una lingua fraudolenta.

Potranno pascolare e riposare

senza che alcuno li molesti.

 

SALMO RESPONSORIALE (Salmo 145)

 

R. Beati i poveri in spirito.

 

Il Signore rimane fedele per sempre

rende giustizia agli oppressi,

dà il pane agli affamati.

Il Signore libera i prigionieri.

 

Il Signore ridona la vista ai ciechi,

il Signore rialza chi è caduto,

il Signore ama i giusti,

il Signore protegge i forestieri.

 

Egli sostiene l'orfano e la vedova,

ma sconvolge le vie dei malvagi.

Il Signore regna per sempre,

il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

 

 

SECONDA LETTURA (1Corinzi 1,26-31)

 

Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.

Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.

Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

 

 

VANGELO (Matteo 5,1-12a)

 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

 

In altre parole

 

Non dovremmo dimenticare o sottovalutare il semplice fatto che il modo di rapportarsi di Gesù con la gente è la “predicazione”: parlare e insegnare come uno che ha autorità e non come gli scribi (cfr. Mt 7,29; Mc 1,22; Lc 4,32): che non vuol dire intervenire in forza di una autorità detenuta, ma con l’autorevolezza di chi parla mettendoci la faccia. Ed è questo il modo in cui devono agire quei pescatori di Galilea promossi ad essere “pescatori di uomini”. Essere pescatori esclude ogni dominio ed implica invece rimettersi alla sorte!

 

Rimanendo in questa prospettiva, viene da chiedersi chi sono questi “uomini” da pescare: chi sono i destinatari di questa “predicazione”, perché è qui l’asse portante della evangelizzazione. Il fatto che “ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5; cfr. Lc 7,22) è per Gesù il segno che egli è il Messia, quando gli inviati di  Giovanni  gli chiedono: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3). E questo dovrebbe continuare ad essere il segno messianico che la chiesa offre al mondo: il vangelo annunciato ai poveri, tanto che è arrivata a definirsi “chiesa dei poveri”, non solo perché si interessa dei poveri e provvede ad essi, ma fondamentalmente perché ad essi annuncia il regno di Dio in parole e in opere.

 

C’è da chiedersi quanto questa missione sia compiuta nella sua interezza e pienezza di significato  e non sia invece o spiritualizzata o materializzata al massimo, per cui dispensarsi o dalla solidarietà effettiva o dall’obbligo dell’annuncio, che devono andare di pari passo! Il conflitto tra questi due poli è innegabile anche ai nostri giorni, e riflette la crisi generale della chiesa tra spiritualismo e temporalismo. Ancora una volta siamo indotti a ritrovare e ripensare l’unità intrinseca della fede, prima che nella sua estensione come unità tra credenti.

 

Dal profeta Sofonia siamo messi davanti ad una costante della fede come invito per tutti i poveri della terra a cercare il Signore, a praticare la giustizia, a camminare umilmente con Dio. (cfr. Mi 6,8). L’invito rivolto indistintamente a tutti avrà però come effetto che solo un popolo umile e povero resterà fedele, un piccolo “resto di Israele”, chiamato a sua volta ad essere segno di salvezza e di pace.

 

Questo “piccolo resto” sono quei pochi che si ritrovano intorno a Gesù ad ascoltarlo, quando egli parla  e insegna  loro: prima ancora dell’insegnamento c’è il fatto che egli è lì, seduto con i discepoli attorno, quasi a volerli addestrare come pescatori di uomini: solidarizza prima ancora che insegnare (facere et docere). Condivide con loro la sua visione del Regno che ha cominciato ad annunciare vicino come novità assoluta per il mondo. E lo fa con la proclamazione delle Beatitudini con cui si apre tutto il Discorso della montagna: una nuova Tavola dell’alleanza, non più solo Legge, ma grazia e verità. Dal monte Sinai al monte delle Beatitudini, dove viene assicurata felicità col vangelo del Regno, che prende corpo nei poveri, negli afflitti, nei miti e negli umili… Sì, prende corpo, perché le beatitudini sono dono e promessa di grazia, ma hanno bisogno di chi le viva e le interpreti con l’impegno ad essere ciò che comunicano, ad anticipare ciò che promettono.

 

Ciascuno può trovare una propria collocazione nelle varie categorie di “beati”, ma sostanzialmente queste traducono ed esplicitano quanto è già implicito nell’essere “poveri in spirito”: è la condizione dell’uomo davanti a Dio, sia di chi vive già materialmente in povertà  e deve saperla valorizzare in ordine al Regno, e sia di chi povero non è ma non può non farsi tale se ha scoperto la ricchezza del Regno  (vedi Zaccheo). La “chiesa dei poveri” dovrebbe essere il punto di incontro  e di solidarietà tra poveri e ricchi che credono al vangelo del Regno, secondo il richiamo dell’apostolo Giacomo 2,5: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?”.

 

È vero che “è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!” (Lc 18,25), ma non è meno facile che un povero possa fare il salto di qualità per sentirsi dire: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32). Ma anche in questo caso, come nel caso del giovane ricco, c’è da prendere atto che “ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio” (Lc 18,27). Nelle Beatitudini c’è questa linea di demarcazione  tra i soggetti umani e la loro destinazione escatologica alla vita eterna, che non è solo di singoli ma investe generazioni intere: c’è il mondo che verrà!

 

La pratica delle Beatitudini, come ricerca di giustizia ed esistenza evangelica, non ci risparmia  “persecuzioni” e conflitti, come ci viene detto senza mezzi termini: “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Quando si segue la via stretta della vita, bisogna aspettarsi riprovazione ed essere pronti a tutto. Ma al tempo stesso siamo invitati a rallegrarci ed esultare fin da ora, “perché grande è la ricompensa nei cieli”. Sì, “lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12), ecco un preciso vademecum, che ha in san Paolo un suo modello, quando ci dice che proprio la sofferenza è quanto possiamo apportare di nostro ai patimenti di Cristo: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). Non è da pensare a sofferenze autoinflitte, quanto piuttosto al soffrire insieme per il vangelo, aiutati dalla forza di Dio (cfr. 2Tm 1,8).

 

A parte ogni altra considerazione, sempre san Paolo ci invita a guardare a noi stessi, a chi siamo e a quello che siamo, poveri e umili, e quindi in condizione ottimale per vivere lo spirito delle Beatitudini come esperienza ecclesiale e non solo come prerogativa personale. Sapendo di poter essere nelle mani di Dio come strumenti di poco conto, ma in grado di “ridurre al nulla le cose che sono”, le cose che contano per i più. È un incoraggiamento non a farsi valere, ma a far valere in noi Cristo Gesù, “il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione”. È la ricchezza di cui disponiamo, ma tutta da mettere a frutto. Perché la vita cristiana è fatta di mille altre cose? (ABS)


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