
Dopo che Gesù era stato portato dallo Spirito nel deserto, per essere tentato, la narrazione del Vangelo di Luca lo presenta in un crescendo di opposizione, fino a sfociare nella morte. Di questo egli è sempre più cosciente e ne vuole rendere consapevoli quanti nel frattempo ha associato al suo ministero di annuncio e di guarigione, invitandoli a prendere ogni giorno la propria croce e a seguirlo nella fedeltà al suo modo di vivere e di agire.
È a questo punto - "circa otto giorni dopo questi discorsi" - che si inserisce il momento in cui, "prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare": dopo il deserto il monte, come Mosè sul Sinai; dopo la tentazione la preghiera; dopo la vulnerabilità e la prova, la gloria quale manifestazione di Dio. Questi eventi, così come quello del battesimo nel Giordano, più che un valore narrativo hanno una dimensione rivelativa del mistero stesso di Gesù tra gli uomini. In questo caso siamo su un nuovo versante: si intravede la nuova fase del suo viaggio verso Gerusalemme, che segnerà il passaggio da questo mondo al Padre.
Diciamo pure che siamo nel versante o nella dimensione della preghiera, non tanto come atto, ma come stato o come contemplazione: "E mentre pregava, il suo volto si cambiò d'aspetto...". Ecco cosa si intende per mistero della Trasfigurazione, che viene celebrato con una festa speciale il 6 di agosto, ma che trova in questa seconda domenica di quaresima una sua significativa collocazione: quasi un soffio di speranza in uno scenario di violenza e di morte; una sollecitazione a pregare per non cadere in tentazione. Il rapporto tentazione-preghiera evidenzia appunto i due poli della esperienza di Gesù, che al Getsemani raccomanda appunto di pregare, per non entrare in tentazione mentre insegna a rivolgersi al Padre pregando di non indurci in tentazione e tenerci liberi dal male.
Si potrebbe anche dire che la Trasfigurazione è il momento in cui Gesù associa i suoi discepoli alla sua preghiera, e cioè alla sua intima comunicazione col Padre, che lo trasforma e lo presenta con un volto nuovo. Ma al tempo stesso si chiarisce meglio il senso della sua missione: infatti, due uomini - apparsi nella loro gloria - parlano con lui, quasi a volerlo istruire sul suo "esodo", "che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme". Da parte di Mosè ed Elia - esperti sulle vie di Dio - c'è come una consegna del testimone, "perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo" (Gv 1,17).
Ma per capire meglio il coinvolgimento, in questa esperienza di esodo pasquale, di coloro che ha scelto, disponiamo della testimonianza diretta di Pietro, che parla ampiamente di questo momento nella sua seconda lettera: "Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce. 'Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto'. Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti (si pensi a Mosè ed Elia), alla quale fate bene a volgere l'attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei nostri cuori" (2Pt 1,16-19).
È qui, in sostanza, il senso della Trasfigurazione, di cui la Chiesa è resa partecipe nel suo cammino quaresimale verso la Pasqua: una Chiesa forse oppressa dal sonno, ma che riesce a rimanere sveglia; una Chiesa che forse non sa pienamente quello che dice, ma che tuttavia è avvolta dalla nube e dall'ombra dell'Altissimo; una chiesa che forse ha paura di tutto ciò, ma che è rassicurata dalla voce che l'invita ad "ascoltare"; una Chiesa che, appena la voce cessa, deve saper rimanere con Gesù solo, e nel silenzio portare nel cuore il proprio segreto. Una Chiesa in cammino quaresimale!
Da questo rinnovato esodo nella sequela di Gesù la Chiesa deve uscirne ancora una volta rigenerata nella sua fede e nella sua fedeltà. Ma nel cuore essa deve portare la memoria viva della sua elezione e vocazione, come Abramo: "Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese" (I lettura). E deve portare il ricordo della sua destinazione: "La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose" (II lettura).
Una trasfigurazione, dunque, non solo possibile, ma da vivere, "se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (Rom 8,16-17).