III DOMENICA DI QUARESIMA

(Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1 Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9)
7 Marzo 2010


Non mancano neanche ai nostri giorni tragici fatti di cronaca in cui contestualizzare la lettura del vangelo odierno, che però ci insegna ad andare oltre l'incredulità e il raccapriccio, e soprattutto a non esaurire o normalizzare tutto dopo lo sconcerto del momento. Nella sua lettura liturgica, siamo nella scia delle tentazioni e della trasfigurazione, dove si annuncia un cammino di lotta e di gloria attraverso la dedizione totale del Figlio al Padre e attraverso l'ascolto del Figlio,"l'eletto", da parte dei discepoli. Ma tutto questo non si consuma come puro itinerario spirituale; è invece la marcia di avvicinamento a Gerusalemme, dove "il Figlio dell'uomo deve essere messo a morte e risorgere il terzo giorno" (Lc 9,22). La linea del mistero deve coordinarsi con la linea della storia!
Quindi si può dire che la proclamazione del vangelo della terza domenica di quaresima è un brusco ritorno alla realtà quotidiana di Gesù e dei suoi, a quel mondo fatto di violenza e di oppressione, là dove passa necessariamente il cammino messianico di salvezza. Se poi dal contesto dell'attualità o liturgico, guardiamo a quello propriamente lucano, può essere importante notare che esso è preceduto da due forti richiami di Gesù: "Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?… E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?" (Lc 12,56-57).
L'ottica a cui Gesù vuol portare sul mondo (che si sa poggia sul maligno) e sui tempi (che si sa sono malvagi) non è quella moralistica o giustizialistica di ordine storico, o comunque interna ad un sistema ingiusto e spietato: è quella escatologica, che guarda ad un cambiamento radicale del sistema di vita e di rapporti. In qualche modo aveva già avvertito: "Poiché vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 5,20). Come dire che in tanta proclamazione e invocazione e promesse di giustizia può annidarsi tanta ipocrisia e violenza!
Certamente, quando Gesù si sente dire di Pilato che nel tempio aveva mescolato il sangue di alcuni zeloti con quello dei loro sacrifici sacri, non avrà potuto fare a meno di pensare a se stesso e alla sua sorte: Ma anziché rimanere sconvolto, appare addirittura disumano, se non fosse che guarda alla risoluzione finale del problema eterno, e non si contenta di una facile condanna, deprecazione o presa di distanza. Prende impassibilmente atto di ciò che accade in maniera quasi ineluttabile, tanto è vero che poi è lui stesso a dire di quei diciotto su cui rovinò la torre di Siloe, e non ne fa una questione di colpa morale da parte delle vittime o di forte denuncia a carico dell'oppressore, che servirebbero soltanto a rassicurare ed assolvere gli spettatori.
Ne fa invece motivo ed occasione per sollecitare tutti a dargli una mano nella sua volontà di dare una svolta all'andamento delle cose in questo mondo, non altrimenti che attraverso quella conversione che egli sta predicando e che porta a credere al Vangelo: inutile ricordare che l'imposizione delle ceneri quaresimali viene fatta con questo invito: "Convertitevi e credete al vangelo". È un lavoro tanto più necessario, in quanto viviamo in tempi, sempre da capire, in cui la maggior parte delle energie e risorse è impegnata a risanare ferite umane e guasti sociali, piuttosto che essere investite per la salute dell'intero organismo. La breve parabola sul fico non è che ulteriore richiamo alla situazione di sterilità e di parassitismo ("perché deve sfruttare il terreno"?), in cui spesso ci troviamo, accampando diritti di eredità e di occupazione, di insospettabilità e intoccabilità. Ma per quanto sia dato ancora tempo di zappare intorno e mettervi concime, se per l'avvenire non ci sarà alcun frutto e segno di vita, quel fico andrà tagliato, così come è prevista una potatura della vite perché porti più frutto. Sono solo indicazioni di ordine spirituale e personale o non dovrebbero avere anche una valenza di metodologia pastorale per una Chiesa che vuole prendere il largo?
Una Chiesa mandata a liberare il Popolo di Dio dalla mano dell'Egitto per farlo uscire da ogni schiavitù; una Chiesa che deve poter dire chi è e come si chiama il Dio che la manda: il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, e il Dio di Giacobbe, il Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, la roccia spirituale che ci accompagna e da cui scaturisce l'acqua di cui abbiamo bisogno nel nostro cammino.